The Necks – OPEN

Arrivato al diciassettesimo disco, il trio australiano The Necks continua con tranquilla ma ferrea determinazione a sviluppare il proprio percorso nelle intercapedini tra i generi. Per la loro musica si sono sprecati paralleli e definizioni – da ambient a free improvisation, da AMM a EST -ma la verità è che nessun paragone calza veramente. Manca l’abrasività dei suoni di certa free improvisation, ma il rigore è trasferito nella dimensione della durata temporale dei brani – una sola traccia nel Cd di oltre un’ora – e in quella della totale libertà formale per cui solo un ascolto distratto può non rendersi conto della mancanza di ripetizioni e clichè. Malgrado si tratti di un album in studio in cui sono stati usati effetti elettronici e overdubbing il panorama sonoro è libero e il sound resta trasparente grazie anche a un attentissimo montaggio spaziale. Un preludio di campanellini e corde percosse evolve lentamente attraverso l’impulso di frasi del contrabbasso e figurazioni pianistiche in una delicata ma non statica meditazione acustica, spesso articolata in un dialogo tra elettronica e acustica.

I Necks sono dei veri e propri artisti sonori, ed ascoltare questo Cd è come perdersi nella contemplazione di un quadro di Rothko o di un mobile di Calder. Unici.

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The Thing – BOOT!

Il trio di Mats Gustafsson, Ingebrigt Haker-Flaken e Pal Nilssen-Love è quello che ci vuole per dare un po’ di fiducia nel jazz e un po’ di energia vitale a una piovosa giornata d’autunno. Più poderosi di qualsiasi power trio del rock, più fedeli allo spirito del jazz dei continui soffocanti omaggi alle personalità del passato (sempre peraltro le stesse) i tre attaccano l’ascoltatore in un tonificante torrente di suono, usando il feedback come abrasivo con cui scartavetrare oggetti musicali troppe volte riverniciati riportandone a nudo le vere venature. Ellington, Coltrane, Evan Parker e Brotzmann sono i numi ispiratori di questa registrazione che dovrebbe entusiasmare chi ama davvero Jimi Hendrix anche grazie a una qualità audio favolosa, da brividi. Jungle style for the second millennium!

http://www.thethingrecords.comImage
www.trost.at
www.matsgus.com
www.ingebrigtflaten.com
www.paalnilssen-love.com

Mistaken identity

Capelli biondo oro, occhi azzurri, canadese di nome Dana, appoggiata languidamente su un divano in copertina… ero già pronto a mettere il Cd in quelli scartati, come clone della più nota, quando ho visto che al basso c’era Dominic Duval, già collaboratore di Cecil Taylor. A-HA ho detto, ferma i lavori. E meno male che l’ho sentito. Difficile trovare una copertina che tradisca in modo più integrale il contenuto del Cd, free jazz della più bell’acqua, un omaggio a Cecil sia nello stile che nei titoli (Transition in apertura?). La signora – che in retrocopertina guarda con un sorriso diabolico, quasi a dire: ci siete cascati! – ha un suo sito molto interessante, in cui non si limita a parlare di sè ma ha addirittura creato un attivo forum per l’interazione tra le arti. Ha studiato con Curran, Oliveros e George Lewis, basti dire questo. Il trio usa materiale diverso da quello di Taylor, la musica è meno densa e respira di più, la straordinaria musicalità di Duval è in bella evidenza e si sentono echi diretti della musica contemporanea europea. Il disco alterna composizioni della Reason e improvvisazioni libere, in cui non si sentono clichè nè di origine mainstream nè free: la pianista ha creato il suo mondo musicale e dopo molti ascolti (il Cd gira da parecchi giorni nel mio lettore, con grande piacere) è diventata una personalità immediatamente riconoscibile. Non vi lasciate sviare dalla copertina!

Jazz africano su vinile

In qualche negozio online ho comprato a un prezzo ragionevole quest’album che pensavo fosse di musica tradizionale, vista la copertina, sia pure in versioni aggiornate. Il collegamenti tra jazz e musica africana mi interessano molto, per motivi storici ma anche sentimentali essendo molto legato all’esperienza europea dei Blue Notes e alla eredità dei musicisti sudafricani emigrati. Aprendo l’album di due quarantacinque giri, stampato in Sudafrica per la EMI, mi sono trovato davanti a una serie di gruppi di jazz sudafricano pre-Blue Notes,  affascinanti fino dai nomi, che non avevo mai sentito.

La musica combina generi popolari americani – swing, jump, blues – con modalità esecutive africane, per cui le sezioni ondeggiano dietro al solista come un coro, mentre le armonie e i motivi risentono dei colori dei generi popolari sudafricani come il kwela e il marabi.

The Sharpetown Swingsters sono addirittura stati oggetto di una tesi di laurea poi pubblicata in libro, che ho subito ordinato in Sudafrica, “Their Will to Survive”.

I loro riff incrociati potrebbe provenire dalla Brotherhood, e il loro tremulo, lirico trombettista essere un incerto antenato di Mongezi. Rimpiango che McGregor non si sia portato lo spettacolare trombonista!

I Sophiatown Septet si presentano con una versione africana dello swing per poi passare a una partitura di ispirazione leggermente più moderna, in cui tuttavia le sezioni hanno un sound tutto loro e una sontuosa intonazione microtonale che li farebbe bocciare in qualsiasi corso di jazz.

L’orchestra di pennywhistle Elias and his Zig Zag Jive Flutes (il pennywhistle è il fischio a coulisse usato anche da Armstrong e secondo le note di questo disco derivante da uno strumento africano) guidata da Elias Lerole, fu per un attimo un successo in Gran Bretagna per il tema  “Tom Hark” della serie TV “Killing Stones” e le case discografiche si gettarono sul genere cercando di capitalizzare. Il sound è basato sui pennywhistle e sulle chitarre, bello per il colore ma a lungo andare poco suscettibile di sviluppi. Forse è musica di quella che il mio amico Louis Moholo chiamerebbe ooga booga, una definizione che non ho mai peraltro ben capito, ma che che viene pronunciata con un certo disgusto.

I Jumping Jacks sono un po’ la stessa cosa, un po’ più statica e armonizzata a coro. Un genere che come i cori sudafricani non mi attira molto.

La creazione e la fine – Milhaud e Messiaen

Non sono un esperto di musica classica, ma non so se esiste un’altra edizione che presenti insieme queste due opere fondamentali della musica del Novecento. Questo disco prodotto dalla coraggiosa Blue Serge di Padova in ogni modo dovrebbe far parte della discoteca di base di ogni appassionato di jazz, perché La Création du Monde – ballet négre di Milhaud (qui presentato per la versione per quartetto d’archi e pianoforte) è tra le opere della musica composta europea tra quelle che con maggior successo integra suggestioni provenienti dalle musiche afroamericane, mentre il Quartetto Pour la Fin du Temps di Olivier Messiaen è una delle vette della musica da camera del secolo scorso e contiene infinite ispirazioni coloristiche, armoniche e di fraseggio per i solisti di jazz. Milhaud aveva scoperto il jazz negli USA e se ne era innamorato, trasformandone le suggestioni nella rappresentazione del mito della creazione; Messiaen odiava il jazz (Cage si limitava a non capirlo) ma è stato un originale improvvisatore ed ha introdotto strumentazioni elettroniche (dell’epoca) ed “etniche” (si direbbe oggi) nella sua musica in un modo profetico che solo Miles ha successivamente eguagliato. Il solista francese di piano Jean-Pierre Armengaud ha curato anche le centrate note di copertina, mentre il quartetto d’archi italiano Paul Klee mi sembra delinei con chiarezza le strutture ritmiche portanti della partitura. (Tra quartetto Klee, Mondrian e Basquiat Strings mi sembra si possa fare un festival su musica e arti figurative!)

Ermanno Signorelli 3

Esistono e hanno successo i “boutique hotel” – piccoli esercizi situati in località particolari, dove uno si sente più un ospite che un cliente per il trattamento personalizzato. Una delle possibili strade di sopravvivenza del mercato della musica registrata è la creazione di più “boutique label” come la Blue Serge, dove ogni Cd non è (solo) un prodotto, ma soprattutto una amorevolmente curata occasione di incontro dell’ascoltatore con un particolare luogo musicale.

In questo caso la località visitata è quella immaginata dal chitarrista Ermanno Maria Signorelli, di cui immagino dal “sound” una formazione principalmente classica e che ricordo – colpa mia – solo alla chitarra elettrica per una incisione con la European Music Orchestra cui presero parte tra gli altri Claudio Fasoli e Kenny Wheeler. Dopo l’avevo un po’ perso di vista, e ringrazio Blue Serge per avermi fatto avere questo disco, in cui si dimostra che l’innovazione e la pregnanza del discorso musicale non dipendono dai mezzi usati ma dalle idee che ci stanno dietro e dai musicisti che le realizzano. Devo dire che ho affrontato questo Cd con un pregiudizio positivo, dato che ci suona Ares Tavolazzi: qualunque Cd dove suona Ares non può mai essere del tutto sbagliato, perchè a un certo punto ci sarà un suo solo! (a meno che riescano a non farlo mai sentire).

Signorelli non usa nessun clichè della così detta “chitarra jazz”, ma combina un suono strumentale classico e un’ideale musicale compositivo con un fraseggio del tutto personale e con un atteggiamento di totale apertura verso i suoi compagni di avventura, che reagiscono in modo superbo. Il disco è registrato in modo da restituire l’unità e la compattezza del gruppo, senza artificiali separazioni tra gli strumenti e con il carattere di una esibizione dal vivo; vengono tuttavia valorizzati i timbri degli strumenti – la liquida chitarra di Signorelli, le pastose note di Tavolazzi  e i colori della batteria di Barbieri – senza nessuna tendenza estetizzante. Le evoluzioni vocali con cui il chitarrista si accompagna sono, come dicono gli inglesi, “an acquired taste” : ogni tanto irritanti al primo ascolto, con il tempo entrano a far parte del paesaggio sonoro con un effetto leggermente straniante. Le composizioni non sono tutte di Signorelli, altro segno di un atteggiamento sanamente equilibrato; i brani sono comunque sottoposti a profonde trasformazioni nell’esecuzione, come nell’intenso primo brano, notevole sia per la sua concezione che  per le scelte di arrangiamento e per gli assoli. La musica si svolge con naturalezza e, pur senza lungaggini, a ogni idea viene lasciato il tempo di svilupparsi e sedimentare; anche se naturalmente c’è una voce principale non si evidenza una netta separazione tra solista e accompagnatore, anzi forse i momenti più intensi sono quelli in cui le tre voci improvvisano insieme creando una ricca e fortemente ritmica polifonia, che arricchisce i contenuti melodici, come nel drammatico crescendo verso il finale del secondo brano. Il carattere “mediterraneo” della musica non emerge da banali citazioni o volute somiglianze, ma dall’interno della musica, da una sua speciale luminosità. Insomma, un gran bel disco, detto da uno che deve riconoscere di non aver una particolare passione per la chitarra in sè.

Dissonance makes the heart grow fonder – Dom Minasi String Quartet

cvr_dissonance3Deve essere il mio imprinting come ascoltatore di musica classica fin dal grembo di mia madre, ma ho un debole per la musica improvvisata sugli strumenti a corde. E ho una passione per Dom Minasi, uno dei pochi musicisti in grado di sviluppare un fraseggio originale e interessante sulla chitarra; i suoi dischi sono quasi tutti almeno interessanti, e molti eccellenti. Questo è uno dei migliori, perchè l’allontanamento da formazioni di tipo mainstream è perfettamente idoneo a sviluppare le tendenze esplorative e di ricerca di questo musicista che continua il suo lavoro giornaliero lontano dai grandi club e dai referendum delle riviste. (I suoi titoli sono spesso esilaranti, e questo non fa eccezione, oltre ad avere un profondo senso musicale). Il quartetto è nato per l’esecuzione dal vivo dei brani del precedente Cd di Minasi, The Vampire’s Revenge, e comprende Ken Filiano al basso, Thomas Ulrich al cello e Jason Hwang al violino; assai importante il lavoro del tecnico del suono Jon Rosenberg, che associo automaticamente e a memoria ad Anthony Braxton, e che ha dato grande profondità al sound del disco. Questo Cd – che alterno da giorni sul lettore ad un altro quartetto d’archi, lo Stellari String Quartet con Philip Wachsmann su Emanem, è stato edito dalla tedesca Konnex, anche se è stato registrato a Brooklyn, e presenta un concetto compositivo tipicamente jazzistico – come quello di Ellington o di Threadgill: brani originali scritti per uno specifico gruppo di improvvisatori e programmaticamente aperti alla trasformazione improvvisativa. Io amo in particolare i ribollenti pizzicati e i ritmi intricati di Little Green Men, e lo stop/start con i break solistici che come in un fugato improvvisato si accumulano uno sull’altro di Zing, Zang, Zoom! ma tutto il cd è un viaggio alla scoperta del mondo musicale di Minasi interpretato da quattro straordinari improvvisatori la cui virtù principale è la capacità di ascolto e di immediata reazione, sulla quale si costituisce il caratteristico sound dell’ensemble. Ascolto consigliato in particolare ai chitarristi di jazz!